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Cenni critici – Raoul Raul Viviani Pittore

Cenni critici

1903
– 1 Settembre 1903 – Il Secolo – Esposizione di Brera – Le speranze dell’arte Anche Raul Viviani tentò di dare le impressioni di tre ore d’estate delle quali la migliore è il “Tramonto”.

1904
– 25-26 Dicembre 1904 – Corriere della Sera – Esposizione alla Famiglia Artistica. Promesse sicure ve ne sono assai poche, veramente; a meno che tali non potessero sembrare quelle stramberie del Viviani del Cazzaniga o del Tosi. F.to A. Centelli

1906
– 11 Novembre 1906 – Il Secolo – Esposizione alle Belle Arti di Milano –Desidero segnalare tre pittori che, giovanissimi ancora, lasciano bene sperare……….il Viviani con una minuscola ma vaghissima impressione di “Chiaro di luna”, che lo attesta atto a sapere cogliere con misura e svolgere con garbo gli aspetti elegantemente decorativi degli spettacoli della natura – Vittorio Pica

1907
– 3 Gennaio 1907 La Perseveranza – Esposizione alla Famiglia Artistica – E’ una esposizione di giovani. Nella banale nullità pochissimi gli esclusi. Il Cinotti….. poi il Viviani, elegante, che tanto progresso ha fatto negli ultimi tempi e che nonostante le influenze e le rimembranze onde è pieno dà a sperare un bel futuro. – Ugo Monneret

1910
– 21 Aprile 1910 – Corriere della Sera – Palazzo della Permanente – La Mostra degli artisti lombardi – Fra i paesisti giovani e men noti si possono citare: Raul Viviani con cinque studi di tonalità calda, molto personale. F.to A. Centelli

1912
– 23 Aprile 1912 – Corriere della Sera – I pittori Italiani alla X Biennale Veneziana – Notevole fra glia altri Lombardi il Viviani, con alcuni paesi dove l’emozione si disperde tra la lenta maglia della tecnica divisionista f.to Ugo Ojetti. Lo stesso commento appare anche sul volume edito nell’anno 1912 da Istituto Italiano Arti Grafiche sulla X Esposizione d’Arte a Venezia sempre a firma dello stesso autore
– 30 Marzo 1912 Corriere della Sera – I quadri ammessi all’Esposizione di Venezia – Un colloquio con D. Trentacoste. Ho interrogato Domenico Trentacoste, Presidente della giuria di accettazione alla esposizione sul lungo lavoro e severo (104 artisti e 156 opere ammesse su 479 artisti e 916 opere). L’illustre scultore m’ha risposto: raramente ho trovato tanti quadri così originali, delicati e significativi. E quasi tutti di giovani. Sembra una fioritura di nuove energie, senza scuole fisse, per fortuna e senza teorie preconcette. Uscivamo ogni giorno dal lavoro lieti di qualche nuova scoperta. Per esempio “omissis” e cinque paesaggi di Raul Viviani, un divisionista nobile, vario ed espressivo: li abbiamo accettati tutti e cinque perché Antonio Fradeletto ci aveva lasciata piena libertà di numero. “omissis” Io conosco solo le opere degli artisti sottoposti alla giuria e a noi sono sembrate opere degne dell’ammirazione di chiunque creda nel risorgere della pittura davvero italiana, cioè della pittura sincera che vuole dire e sa dire qualche cosa di suo e di originale. F.to Ugo Ojetti.

1913
– 21 Gennaio 1913 – La Lombardia – Milano – II Esposizione Naz. di Napoli – Noto Viviani con una grande tela, il Vecchio Ponte.
– Aprile 1913 – Emporium n. 220 – II Esposizione Naz. d’arte a Napoli – I Lombardi: nella sala lombarda vi sono molte pitture modernissime, vale a dire eseguite con le tecniche più avanzate. I diversi notturni di Baldassarre Longoni emergono per efficacia e mostrano il valore del divisionismo quando è bene inteso. Anche RAUL VIVIANI, in una impressione di paese, segue con ardore la medesima scuola pittorica. F.to Arturo Lancellotti

1914
– 7 marzo 1914 Giornale di Sicilia – Vita artistica Romana – La LXXXIII Esposizione d’arte degli amatori e cultori – Accanto a Previati trovo Baldassarre Longoni e Raul Viviani, due già affermatisi come ottimi seguaci del divisionismo. E’ anche qui la loro fama non è intaccata. Il Longoni ha in un “Meriggio invernale” bellissimo nella luce bianca con cui ferma il paesaggio nevoso illuminato dal sole, e il Viviani ha tre opere, “I burattini”, un gruppo di gente raccolta intorno al burattinaio, sulla piazza e vista in grande lontananza, “Sinfonia crepuscolare” in cui mi pare fissata bene la malinconia della vita marinara nel gruppo di barche pescherecce procedenti lente e cadenzate sulle acque che annerano col declinare del sole, e, infine “Amici” quadro minore eppure interessante nella figurazione di due goffi pellicani. Il divisionismo quando è trattato da veri artisti, avvolge cose e persone in un’atmosfera di poesia, direi quasi di sogno, che imprime alle opere una gran forza di sentimento.
– 28 Agosto 1914 – Humanitas – Bari – La LXXXIII Esposizione Internazionale – Il Viviani ha tre opere: i “Burattini” un gruppo di gente raccolta intorno al burattinaio sulla piazza, e visti in grande lontananza; “Sinfonia crepuscolare”, in cui mi pare fissata bene la malinconia della vita marinara nel gruppo di barche pescherecce procedenti lente e cadenzate sulle acque che annerano col declinare del sole, e infine “Amici”, quadro minore eppure interessante raffigurazione di due goffi pellicani.

1915 -1916
– Anni 1915- 1916 – Rivista La Cultura Moderna – Mostra Nazionale di Belle Arti a Milano – Il “Vecchio ponte” che rappresenta un progresso notevole nella tecnica e nell’ardore professionale di Raoul Viviani. F.to G. MARANGONI
– 30 ottobre 1916 – Rivista Pagine d’Arte – Alla Biennale di Brera – Da “presso il vecchio ponte” di Viviani in cui l’equilibrio pittorico si accompagna ad una preziosa fusione di tono, giunge uno strano senso di raccoglimento e di infinito, di speranze e di rinunce. F.to Antonio Curti

1919
– Anno 1919 – Rivista Pagine d’Arte (Maggio 1919) – Famiglia Artistica (Milano vecchia e nuova) – Il Viviani in “Antica osteria” ci ha costretto ai fascini di una rappresentazione, di tono triste ma squisitamente personale. F.to ANTONIO CURTI

1921
– 30 Aprile 1921 – Corriere di Livorno – La mostra personale di Viviani- Vinzio – Anticipare giudizi su questo o quel quadro? No, perché questo fatto ha sempre l’aria di voler influenzare, di voler suggestionare la gente. Però si può dire anche in anticipo, senza nuocere a nulla ed a nessuno, che i due artisti espositori hanno una visione e una tecnica del tutto differente e sono personalissimi. Dal Viviani emana un senso di poesia più vago, più indefinibilmente nostalgico di desideri fantastici. La visione è data attraverso lo stato d’animo dell’artista che le nudità crude del vero circonfonde e armonizza con l’elaborazione del suo cervello.
– 30 Aprile 1921 – Telegrafo di Livorno – Esposizione d’arte – Nelle impressioni che ci presenta è evidente: in alcune lo sforzo che ha compiuto per rendere, con la maggiore immediatezza, la sensazione fuggevole del vero; in altre, il lavoro cerebrale cui si è sottoposto, nello studio, per restituire, come in una liberazione, l’emozione strappata alla natura: Sono ora poche grasse pennellate ora strisciature di colore diluito: In tutte due le maniere è resa quasi prodigiosamente, una fuggevolissima sensazione. I l Viviani, innamorato dell’arte, per soddisfare il bisogno di libertà dell’anima sua, è passato attraverso svariate tecniche; ed io lo ricordo divisionista impeccabile. Ora si va ancora più affrancando per marciare verso orizzonti più chiari e trasparenti, ma lontani. F.to Guta
– 26 Giugno 1921 – La Perseveranza – Biennale di Napoli – Migliore impressione fa Raul Viviani, che espone bene come sempre, e si fa apprezzare per le sue visioni liete d’azzurro, piene d’aria, luminose, larghe nella fattura, delicate nelle tinte.

1922
– 18 Maggio 1922 – Corriere della Sera – La pittura di Raul Viviani tutta nuvole, fumi, acque, riflessi, si presta male alla riproduzione in bianco e nero. Sparisce l’ansiosa delicatezza del suo colore, e non resta che l’inconsistenza del suo disegno. Qui il biografo è Guido Marangoni, un severo biografo che dice al Viviani il fatto suo, o almeno rammenta d’averglielo detto, in altri tempi, francamente. Il Viviani, pare impossibile è toscano, nato a Firenze nel 1883. In nessun quadro suo abbiamo trovato quel ricordo dei “Macchiaioli” che il Marangoni vi ha veduto. Ormai il Viviani s’è fatto un occhio e una mano da lombardo: prima intorno ai divisionisti con un pizzico di Conconi; poi intorno a Gola. I suoi quadri restano allo stato di impressioni e di bozzetti perché le dimensioni in arte non contano. Ma in questo improvvisare egli raggiunge spesso tanta finezza e sagacia e prontezza da far sempre desiderare che egli riesca ad andare oltre: sopra una strada più soda e più sua. F.to Ugo Ojetti

1923
– 22 Dicembre 1923 – Sera – Viviani inaugura la nuova Galleria Bolognesi in via P. Verri 12, con una simpatica mostra di impressioni. E queste due salette che saranno d’ora innanzi destinate a periodiche mostre d’arte, si presentano così subito in quel carattere di salette intime che solo le può giustificare in una utile funzione, in questa già affaticata vita artistica cittadina. Viviani appunto spiega come non si tratti soltanto di veder dei bozzetti invece che dei quadri o dei quadri piccoli al posto di quadri grandi, ma che ci possono essere pur delle sorprese. Certo molti si stupiranno di veder qui Viviani in un colorito vivace e robusto in una gioia fresca e impetuosa, abituati come tutti sono ai suoi quadri, un po’ brumosi, alle sue crepuscolari visioni. Qui egli pare tutt’altro pittore; e salvo in qualche impressione d’autunno, dove i veli grigi ch’egli ama stendono ancora il suo cauto riserbo; qui è tutto sfavillante e giocondo. F.to G.R.

1924
– 12 Gennaio 1924 – Giustizia – Cronache d’arte – Lavoro sul vero – Le impressioni di Viviani (galleria d’arte Bolognesi) sono invece convincenti per il valore assoluto di certe realizzazioni rapide ed intense, immediatamente dal vero. E’ una riprova, per così dire, della sincerità d’ispirazione del Viviani: la prova che egli è vivo dinanzi alla natura che si rinnova alle sorgenti, che non lavora soltanto a ricomporre armonicamente le proprie opere nella intonazione minore e nell’accordo riposato. C’è in molti quadri una sensazione soprattutto: la sensazione del mare che si distacca dalla terra, che s’agita in un ritmo che ha provenienza ed echi all’infinito, che si muove inquieto e mutevole, un altro elemento là dove l’erba finisce. Si vede in una spiaggia marchigiana la linea del mare con le vele, un sogno di colore, semplice, ma che tutto esprime: e in qua sono i ciuffi di verde e i paletti di legno. E in alto sono nuvole gonfie; un mondo di vite diverse, vita dell’onda, vita del vento, vita lenta della vegetazione che cresce, espresso e rivelato con una vivacità di accenti in una chiarezza fondamentale che riempie il piccolo quadro di sé. Questa vitalità dell’immediata espressione, questa facilità della realizzazione diretta ci danno per se stesse una gioia: ci confermano anche la convinzione che Raul Viviani, giovane ancora abbia il dovere di rinnovarsi per i suoi quadri maggiori. A guardare, per esempio, il quadretto “Di mattina” si sente nella pittura di serenità intensa, la vera impressione, nel senso originario della parola: cioè la realtà che si imprime nel risalto di ogni parte, si imprime, così, tinta per tinta, senza che alla concretezza dei particolari l’artista possa sostituire una visione più vaga. In un’altra impressione marchigiana, di quella terra umile all’ombra dell’appennino e sul limitare del mare, si vedono delicatamente dal prato che è parte in ombra, emergere due stecchi fragili illuminati, innalzati al cielo; due piccoli stecchi, che sono tutta la gioia del pittore, lo spunto che è offerto agli occhi, che costringe a dipingere. Molto cielo ha dipinto il Viviani: e mai cieli coperti. Ha reso più volte, sempre più vivamente, quella chiarezza fonda, serenissima, che ci fa sentire l’atmosfera vellutata, come la si sente soltanto nei crepuscoli prima del plenilunio. La “Serata d’estate” è finita, nel colore pacato di tutto il cielo chiaro sopra il pendio molle: e altrove tutta la terra è in ombra, e la luce è diffusa per il cielo; una nuvola piccola splende, punto luminoso nella serenità e tante si stendono per il cielo sopra le colline a striature, nel cielo irradiato. Alcuni quadretti hanno già il taglio del quadro abituale al Viviani, ma sono pieni di un risonare di voci, quasi come un cinguettio di note affollato nelle piccole dimensioni e nella composizione severa. Nella “vecchia via” c’è anche una melanconia fondamentale, di soggetto oltre che di tinte; eppure una perfetta, evidente aderenza al vero. Che cosa se ne conclude? Che Viviani anzitutto ha una sensibilità pittorica sempre sveglia; e quindi che potrebbe portare più vicino alla propria emozione le proprie opere definitive. La massima forza di vibrazione, la densità di una creazione minuta e continua si trova in un “Afa d’agosto “ piena degli splendori delle macchie di verde al sole, e dello scintillio delle nuvolette vibrate, e ancora in un “Canale di Pesaro” che mi sembra dare l’affermazione più forte della sensibilità pittorica schietta e della piena capacità di risolvere nella freschezza coloristica la forma concreta; qui il contrasto dell’ampio molo bianco e della barca di colore sanguigno produce, quasi senza volerlo, una grandiosità di accordi e di proporzioni, e c’è il quadro, e non si può più muovere nessun elemento. Anche nella “Foce” c’è già il quadro e il quadro che può essere sviluppato in grande, con certe possibilità di espressione poiché ricco e multiplo è il contenuto di sensazioni accanto al senso principale dell’acqua che si getta nel mare; e il piano e la superficie dei flutti non sono nulla in confronto all’immensità aperta dei cieli. Viviani si era un po’ velato nella sua stilizzazione del quadro, come uno che vuol raccogliersi e parlare con voce tenue, non potendo esprimere la gioia e le gioie. In questa mostra dischiude la pubblico un tesoro: ed è, con il pubblico in impegno a nuove alte conquiste in arte. Viviani è dei poche che possano esporre vere impressioni da una parte e veri quadri grandi, degni d’esser grandi, dall’altra; ciò non toglie che egli debba con rinnovato sforzo far fluire nella composizione la vena pura di questi flutti freschi e rianimatori. F.to G.L.L.
– 7 Febbraio 1924 – Secolo – Raul Viviani al Lyceum – Le signore del Lyceum di Milano, l’aristocratico circolo di cultura femminile di via Borgonuovo, hanno voluto con cavalleresca cortesia, far precedere alle mostre individuali delle socie artiste dilettanti, qualche mostra di artisti. Dopo quella non dimenticabile, di teste e figure muliebri disegnate da Aldo Mazza, ecco una di paesaggi, disegni colorati di Raul Viviani, una spontanea, felice, e auguriamo fortunata, forma tecnica dell’arte di questo suggestivo pittore divisionista, che ancora giovane, va maturando col liberarsi da pecche e da futurismi e licenze lineari e prospettiche che, dianzi il pubblico aveva avvertite forse anche prima di apprezzare le personali tendenze della sua visione pittorica. La sua pittura, come la sua arte è una sommessa musica che può parer monotona, ma che, in una rara unità di sintetica osservazione trova delicate vibrazioni e lievi accenti nelle predilette ore crepuscolari sulla laguna o lungo il naviglio esterno, tra il verde di un parco o presso case campestri. Questi disegni dai motivi semplicissimi, possiedono una grazia femminea, e per non pochi il risultato è definitivo equilibrio di mezzi minimi che rendono un massimo di sensazioni spesso espressive. La piccola mostra ebbe ieri il suo grande “vernissage” all’ora del the con una folla di signore e signorine
F – 6 Novembre 1924 – L’Ambrosiano – Mostra alla Permanente – Ecco Raoul Viviani con 2 Venezie di bella attraente fattura e di una intuizione aderente alla realtà, senza sovra caricarla soverchiamente di patetismo. Il che è pure una cosa rara ai dì nostri. F.to CARLO CARRA’

1926
– 9 Gennaio 1926 – Corriere della Sera – Artisti che espongono – Raoul Viviani – Raoul Viviani fa gemere senza soste il suo torchio di monotipista. Da quando lo ha impiantato nel suo studio, i colori ad olio, i colori ad acquarello giacciono polverosi sui tavoli e sui trespoli accanto al nudo cavalletto, e lo strettoio solo lavora. Lavora con tanta assiduità che in poco più di un anno ha fornito il materiale di ben tre esposizioni: la prima ospitata alla “Vinciana”, la seconda dalla Biennale decorativa di Monza, la terza inaugurata soltanto ieri nella Galleria Bolognesi, in via Pietro Verri. Il Viviani non ha torto di appassionarsi a questa tecnica aristocratica e difficile, che non concede pentimenti, né repliche, né ritorni; che procura a chi la coltiva attese ansiose e talvolta amare delusioni, ma che spesso lo compensa con i suoi mirabili risultati. Essa è valsa peraltro, non dico a rinnovare l’artista, a trarlo da quella sua ormai nota e tanto suggestiva maniera paesistica, fatta di cose dette e non dette, mezzo sognate e mezzo vedute, di profili, di forme morbide e vaporose; ma, dato questo suo modo di sentire il paesaggio, a fornirlo di un nuovo ed efficace mezzo d’espressione, d’un mezzo che ottimamente gli si adatta. Densi e vividi di colore, pieni d’una loro indeterminata poesia, i monotipi del Viviani dilettano l’occhio e non lasciano oziosa la fantasia, che sui margini delle evanescenti visioni evocate dal pittore può sbizzarrirsi a sua posta. F.to VINCENZO BUCCI
– 9 Gennaio 1926 – L’Ambrosiano – Esposizioni d’arte a Milano – I monotipi di Raul Viviani raccolti alla Galleria Bolognese. L’autore è troppo notoriamente apprezzato dal pubblico milanese per richiedere da noi altre parole di consenso. Noteremo solamente che il Viviani ebbe già notevoli successi nel campo del monotipo artistico; il primo successo lo riscosse or sono due anni con la mostra della galleria “La Vinciana”; il secondo successo lo ebbe l’anno scorso all’esposizione d’arte decorativa di Monza. Ora egli espone una nuova importante serie di monotipi ai quali sicuramente, il pubblico di Milano vorrà attribuire il valore che essi hanno nella varia produzione pittorica del simpatico artista nostro. Come creatore di monotipi il Viviani si distingue dai suoi colleghi per una sua speciale attitudine a cogliere gli effetti suggestivi e opalescenti della natura. Egli non ama le tinte violente, sebbene le belle trasparenze, i fuggevoli accordi della campagna, l’armonia delle acque e dei cieli percorsi dolcemente dalle nuvole, la musicale atmosfera dei piccoli e solitari porti. La sua è un’arte che basa le sue ricerche sulle note tenui e raffinate. Insomma si tratta di un colorista estremamente suscettibile della “nuance” e la sua attuale mostra è fatta per i buongustai, non per le persone grosse. F.to CARLO CARRA’

1928
– 11 Maggio 1928 – Corriere della Sera – Le Mostre personali a Milano – Al Circolo del Teatro, in via Ugo Foscolo, s’è aperta una mostra dello scultore Eugenio Pellini e del pittore Raoul Viviani due artisti che i frequentatori delle esposizioni milanesi conoscono da gran tempo; e queste opere ce li ripresentano simili sempre a se stessi. Viviani la cui maniera riecheggia, ma con un piglio suo proprio, qualche tratto della maniera nomenilliana, continua, specialmente nel paesaggio, quel suo cromatismo fantastico e inebriato in cui la realtà sfuma in un sogno confuso di forme e di colori; e Pellini non tralascia d’esprimere la sua sentimentalità affettuosa e la sua dolce spiritualità in una plastica ricca d’effetti pittorici e di morbidi chiaroscuri. E’ noto che Viviani in questi anni s’è dedicato con amore alla monotipia, e qui certi monotipi colorati sono fra le sue opere più piacevoli.

1929
– 11 Febbraio 1929 – Giornale degli Artisti – Raoul Viviani nelle arti figurative- Se è vero che l’arte (specialmente la pittura) è la rappresentazione del vero attraverso il temperamento dell’artista, poche volte, come in Viviani, questo semplice assioma trova riscontro di perfetta precisione. I suoi quadri sono una riproduzione di tutto quanto nella natura può impressionare l’artista ed attirarne l’attenzione anche quando questi è comodamente al lavoro davanti ai vari cavalletti nel suo ampio studio, in alto, tra l’affascinante poesia di tutti. Anche allora il cielo, le case, i canali, il mare, le paranze vaganti sulla laguna, o le lunghe solitarie strade di campagna sono davanti alla sua fantasia; e lo sarebbero sempre, pur se non fossero di ausilio e di prezioso richiamo per l’artista, i bozzetti vibranti di vita, ch’egli butta giù, strappando alla visione polioramica un attimo di vita. Solo che tra la visione del vero e il quadro, in R. Viviani, come in tutti i pittori di razza c’è di mezzo quel tanto di poesia, quel tanto di suo, che costituiscono il suo temperamento. Un non so che di indefinito, di impreciso, che si riflette nell’opera d’arte e che forma quasi “la marca di fabbrica”. Perché il Viviani è fedele alla sua maniera: l’ha trovata e la segue fedelmente. Ha avuto, è vero, come parecchi altri un momento di dubbio: dubbi od esuberanze di gioventù più o meno discutibili durante i quali pareva che il Viviani dovesse decisamente fissarsi sul divisionismo, puntellinismo, o linellismo che dir si voglia, imperante allora. Il pellicano, quadro, che a parte di qualche difetto di proporzione ha buonissimi pregi, è il miglior frutto di quell’epoca sbarazzina, quasi violenta del giovine pittore che i critici del resto avevano preso di mira, perché credevano (e non avevano torto!) che un ingegno di indiscutibile forza non doveva disperdersi inutilmente in false parvenze di vero. Il Viviani stesso si è accorto dell’errore, e con un buon colpo di timone ha virato di bordo e s’è messo sulla sua strada. E messosi sulla strada sua non l’ha più abbandonata, perché è quella che l’ha portato al primo successo, è quella che glielo continua, attirandogli le simpatie di quanti amano ancora la pittura un poco blanda, carezzevole, quasi di sogno lieto com’è quella di Viviani . Sempre sorridente, affabile, infaticabile, dipinge come parla serenamente, personalmente, anche se un guizzo dei Macchiaioli toscani è in certe sue tele, anche se un riflesso di Fontanesi è in altre; ma sempre nobilmente, qualunque sia la tecnica, dall’acquarello alla tempera, dal pastello ai monotipi colorati, nei quali ha profuso molta fantasia, molta abilità in una smagliante tavolozza di colori. Ma soprattutto il Viviani ama l’acqua, canali, fiumi, laghi, mare, nelle ore del mattino, nel sole, nell’ombra notturna, sempre, che egli conosce profondamente e che è nove volte su dieci, protagonista dei suoi quadri. Artista di razza. Raoul Viviani, e di buona razza, ripeto, che produce bei quadri e sa farsi amare; perché in lui l’uomo non è in discordia col pittore, anzi le due personalità si Vinzio e Achille Cattaneo. F.to VINCENZO BUCCI

1930
– 22 Maggio 1930 – Corriere della Sera – Mostra nella sede del “Giornale dell’Arte” – Una mostra personale del pittore Raoul Viviani raccoglie, ottanta dipinti fra oli, acquarelli e monotipi. Se l’impressionismo, a definirlo grossolanamente, consiste nel ritrarre la cosa veduta com’essa appare all’occhio e all’animo dell’artista in un momento che non si ripete, la pittura di Viviani può dirsi, in certo senso, impressionistica. Ma l’attimo fermato dal suo pennello è più dentro che fuori di lui, più fantastico insomma che reale. Sui suoi paesaggi, avvolti in un’atmosfera vaporosa che ammorbidisce i contorni, fonde le masse, attenua le forme, si stende come un velo di sogno. Musicofilo appassionato, Viviani sembra muovere, nel crearli, da un vago stato d’animo musicale, di cui egli cerca l’equivalente plastico sulla tela. Labili fantasmi, che paiono sempre sul punto di dissolversi come i castelli di Merlino, ma che hanno per questo appunto una loro gentile grazia incantata, e nella tenera chiarezza delle tinte, nel bell’accordo dei toni, nell’interpretazione commossa della natura, denotano un gusto e una sensibilità pittorica non volgari. F.to VINCENZO BUCCI
– 8 Giugno 1930 – Il Giornale dell’Arte . Alla Bottega d’arte di Livorno – Dotato di una sicura sensibilità, che lo conduce a darci del paesaggio interpretazioni varie e suggestive, Raoul Viviani si mantiene fedele alla reale visione della natura, accentuandone felicemente la nota poetica o la nota coloristica. Certi suoi paesaggi resi con vigoroso sintetismo che indugia, però, a definire le note caratteristiche, e certe marine trasparenti mostrano bene limpidezza di visione e facilità di ispirazione. Il Viviani, fiorentino di nascita ama appunto il paesaggio da toscano, con un amore pieno di foga che lo porta a diretti colloqui con la natura, che non si adagia in visioni riflesse, ma immediate e sincere. Nelle sue tele e nei suoi monotipi il disegno, appena accennato, è concretato dal colore medesimo, che a volte trapassa a sottili trasparenze di acquerello. Il problema tecnico è dal Viviani felicemente, ma quasi inconsapevolmente risolto. E questa inconsapevolezza l’ha di certo liberato da quel non so che di artificioso, che è una delle maggiori pecche della pittura modernissima. L’assillo di dover rispettare certi canoni fa perdere, il più delle volte, la freschezza dell’ispirazione e vela la chiarezza della visione; ma il Viviani. In estasi davanti alla natura, ha superato ogni incertezza. F.to LUIGI SERVOLINI

1931
– 29 Marzo 1931 – Giornale dell’Arte Mostra alla Galleria Pro-Arte di Bergamo – Raul Viviani – Giovanissimo ancora, esordì quale focoso polemista rivoluzionario nel campo dell’arte; scrittore fecondo e geniale, pieno di “verve” è un intelligente critico scevro però sempre da acredine e livore. “Bohème” nell’animo e nella vita, amante di ogni libertà è sempre un sentimentale sia che maneggi un pennello sia che impugni la penna. Nelle sue manifestazioni pittoriche il soggetto tiene una importanza relativa; il dettaglio, i particolari sono trascurati in quanto ritenuti superflui per lo scopo che il pittore si prefigge; per il Viviani infatti hanno valore positivo la sinfonia, l’armonia, l’interpretazione psicologica di insieme. La muta, monotona pianura di Lombardia, solcata da rogge e canali, sulle cui rive vegliano, ancora spogli di chioma gli ontani è resa con un intimo senso di poesia vissuta, con una sincerità artistica fatta di “minimi mezzi”, ed ha la màlia di una elegiaca sviolinata in sordina; silente è Venezia; melanconico il vasto paesaggio marchigiano, poetiche, sì poetiche (il Viviani ama la poesia) sono le luci perlacee delle sue marine. Ebbero sempre successo i monotipi del Viviani, diafani e fantastici come un sogno. F.to V.M.L.

1937
– 13 Aprile 1937 – Il Popolo d’Italia – Raul Viviani – Dopo una lunga assenza d’oltre oceano, Raul Viviani è tornato per esporre i suoi ultimi lavori a Casa d’Artisti. (via Manzoni 21). L’esposizione è abbondante soprattutto di pastelli e monotipi. Il Viviani ha una visione delle cose e degli uomini tutta propria, attraverso a una attenuazione di luci per cui le masse fondali si confondono fra loro per dar risalto netto e deciso alla figurazione di primo piano. Le sterminate pianure dell’Uruguay e del Brasile gli hanno felicemente servito d’interprete in questa sua maniera di toni perlacei e di verdi attenuanti dalle sfumature delle sperdute lontananze. Ha affidato al “monotipo” queste sue sensazioni e ne ha tratto un complesso di sensibilità paesistiche che hanno una vera originalità, dato soprattutto la fine tecnica. Il monotipo è un artificio pittorico di una certa discutibilità e come tale va preso per quel che può dare e non più in là. Ma dove il Viviani impronta l’arte sua di una vigoria che ci sembra rivelatrice in intimità commosse, è nelle teste femminili, specie quelle isolate; vive, piene di luce interiore palpitante nella carne, nella fisionomia di una bellezza attiva i insinuante con mobilissimi giochi di luci. E è qui almeno in questa mostra l’affermazione più personale del Viviani. F.to LUIGI VENTURINI (firma recuperata dall’opuscolo del prof. Pata su R.V.)

– 15 Aprile 1937 – Ambrosiano – Mostre d’arte – Raul Viviani visitata la Spagna, l’Inghilterra, il Brasile, crepuscolari conosciute da tempo e apprezzate nelle precedenti mostre di questo artista. E che egli sia rimasto in sostanza integralmente quale era prima della sua lunga assenza, lo confessa lui stesso “nella mia lunga dimora” scrive nella breve prefazione al catalogo “ fra i prati selvaggi e rudi rancos, fra fieri gauchos e indomiti potros, la mia sensibilità non è cambiata. Quelle lontane regioni, un po’ tragiche e un po’ violente, non mi hanno convertito. Piuttosto mi hanno sedotto i piccoli sorrisi delle meste cine, i pallidi volti di quelle muchachas e i rudi alberi biondi delle tipiche estancias. E’ inutile. Romantico son nato e romantico morirò”. Così Raul Viviani resta anche dopo tanti paesi stranieri veduti, quel pittore idilliaco e un poco decadente che noi tutti conoscevamo, e se parla di pallidi volti di muchachas e di piccoli sorrisi delle meste cine, ciò è pure conforme al suo stile di sentimentale sensibile quale sempre ci apparve. In questa mostra, però, non sono cotesti gli aspetti più interessanti. Sono le fronde verdi, le acque trasparenti, i cieli carichi di umidi vapori, i giardini silenziosi che più e meglio lo esprimono. E anche questo è logico perché Viviani è stato sempre soprattutto un paesista. F.to CARLO CARRA’
– 17 Aprile 1937 – Il Secolo Sera – Artisti che espongono – Raul Viviani – Di Raul Viviani sono ben ricordate di pittura con incessante amore. Ora le sale di Casa d’Artisti ospitano una sua personale molto ricca di opere, in cui la sensibilità pittorica dell’artista toscano non appare mutata per avere egli cangiato climi e paesi. Si vorranno in modo speciale pregiare e notare i favoleggianti e delicati disegni, e i monotipi che hanno un vaporoso sentimento lirico, ma sono resi con una salda consistenza di impasti. La pittura ad olio ha le sue belle documentazioni. Se le piccole impressioni di Montevideo contengono infatti la prova di una forza pittorica che si esalta nella luce e nel colore, la vasta scena di paesaggio “Il parco di Montevideo” appare come una tra le concezioni più caratteristiche del Viviani; qui il sentimento romantico del paesaggio domina la visione mutando gli elementi naturali e trasfigurandoli secondo un lirismo intimo ricco di poesia; il colore è particolarmente intenso e offre all’opera d’arte la suggestione di un caldo e sensuale cromatismo che rende vibrante e vivo il bel dipinto. F.to DINO BONARDI

1940
– 26 Aprile 1940 – La Sera – Casa d’Artisti – R. Viviani si è fatto una sua forma di espressione che difficilmente lo apparenta a qualcuno. Pittore fantasioso e poetico, in certo modo il suo stile può ricollegarsi, ma con ansia e linguaggio più moderni, al gusto degli ultimi divisionisti. Alitano nella sua pittura certe vibrazioni, e coloristiche e patetiche e espressive, che possono richiamare certuni accenti di Pelizza da Volpedo. Altrove qualche altra che si avverte della scuola lombarda. Sono elementi trasformati e rifusi in visione personale. La mostra rivela il pittore nella vivida pienezza della sua ispirazione, sempre fedele a se stesso, e quindi un poco solitario e un po’ spaesato, ma al tempo stesso capace di star sul terreno moderno bravamente e con accenti suoi. Basterebbero a dimostrarlo, le salde vigorose nature morte, dal segno e dal gusto così libero e aperto, dal colore acceso di fuoco interiore; più d’una figura ha robusto impianto e si slarga in pienezza plastica, quasi goliana, come la “Mercatina” , mentre i paesaggi sono sovente infusi nel soffio d’una trasfigurazione lirica che aggiunge alla versione pittorica della natura elementi suggestivi, di stati d’animo e di visioni poetiche. F.to DINO BONARDI

1941
– 15 Maggio 1941 – La Voce di Bergamo – Alle Arti Belle – Raul Viviani – Coadiuvato da un felice estro e da una piacevole fantasia, il pittore Raul Viviani ad onta dei suoi 59 anni mantiene una freschezza d’ispirazione tutta giovanile. Il suo spirito essenzialmente poetico, trova i modi di espressione in una pittura che, mediante tecniche differenti, si afferma brillantemente affrontando e risolvendo, tra l’altro ardui problemi di atmosfera e di luce. La macchia, il divisionismo, la pittura ad impasto, sono le tecniche adottate con vera perizia da Viviani che è fiorentino di nascita e milanese di adozione. Dalla pittura toscana però il Viviani non prende nulla, e poco prende dalla pittura lombarda. C’è è vero, una forma di divisionismo in alcuni suoi dipinti che gli derivò dalla vicinanza del Previati, del Morbelli, e del Longoni, ma inconfondibile personalità lo distingue e lo allontana da chiunque, anche dai suoi stessi maestri, e fa del Viviani un isolato. Egli non si lascia neppur infingare dalle mode contemporanee. E pur disegnando con rapido e spontaneo impressionismo, aggraziate visioni romantiche e pallidi effetti sentimentali, è tuttavia lontano dall’ottocento, di cui resta però sempre figlio legittimo. I 20 dipinti che il Viviani espone alla Galleria Permanente di Piazza Dante, rappresentano una intelligente selezione tra l’abbondante materiale di cui egli, pittore fecondo, dispone. Buoni ci sembrano i quadri di figura e buone anche le nature morte che tendono, a volte, leggermente alla decorazione (vedi il “Boccale” e il “Boccale e le rose”, e lodevoli i paesaggi, soprattutto quelli che l’artista ha più penetrato con l’osservazione, risultando meno epidermici e più sofferti. Il Viviani che esordì diciassettenne a Milano e si affermò in importanti esposizioni italiane ed estere e fu per 6 anni direttore dell’Accademia pittura di Montevideo, espone in questi giorni per la prima volta a Bergamo. Noi siamo certi che il nostro pubblico lo saprà degnamente apprezzare. F.to A.N.

1942
– 28 Gennaio 1942- L’Italia – Mostre d’arte a Milano – Raul Viviani in Casa d’Artisti – L’esposizione di Raul Viviani in Casa d’Artisti rappresenta una novità per la conquista compiuta attraverso ad una ben maturata ricerca personalissima sebbene l’artista segua le tecnica divisionista in molti suoi lavori e cioè quando da questa tecnica vuol trarre ottimi elementi per armonizzare soprattutto complessità di visioni e figure. Le nature morte come quella finissima di “Violino e fiori” ed i paesaggi in genere acquistano palpiti di robusta vivezza tratti da fine combinazione di colore, e da una evidente ed ariosa plasticità ben disegnata. In “Vecchia canzone” e “Fioraia” come in “Rio degli Albizzi” e “Armonie montanine” la freschezza dello stile dignitoso e riempito di calda effusione che svela l’immediatezza concettuosa, matura e armoniosa. Sveltezza, morbidezza, colore, vibrano nell’amalgama di un’atmosfera di solennità espressiva e gioiosa. F.to P. CENCI
– 22 Maggio 1942 – Corriere Mercantile – Genova – Mostre d’arte – Raul Viviani – Raul Viviani, accademico di Brera, raccoglie in una significativa personale un gruppo di opere che determina bene il carattere di questo pittore che si affacciò al 900 con una tecnica vigorosa, con degli intendimenti innovatori, con una abbondanza espressiva che ancora oggi è riconoscibile in molti dei suoi quadri. Viviani è un romantico: i suoi soggetti preferiti oltre a qualche palpitante figura e ad alcune pregevoli nature morte, sono i giardini ampi e silenziosi, le marine annebbiate, le campagne espresse con una stillante armonia di disegno e con un sentimento quasi crepuscolare. Divisionista in molte sue tele e alla galleria in via Roccatagliata Ceccardi se ne contano ben 65, lascia trasparire i soggetti da un velo diafano e traslucido che ne determina le masse e ne allontana gli sfondi; così nel paesaggio come nella figura questa sua personale maniera dà tono alla composizione, sempre composta, sempre profondamente sentita. Forse in più che in certi abili trasferimenti di colore noi preferiamo Viviani nella pittura maschia di certi bozzetti, dove alla vividezza del tono si aggiunge una sentita trasparenza, una sensibilità, un vivo e morbido palpito, un’eloquenza piena di significati. Parliamo di fiori, ad esempio che è certo uno dei pezzi più belli della mostra: con pennellate sicure, con una vera ispirazione, con mezzi geniali e semplicissimi il pittore ottiene qui la fragilità del vetro, la carnosa freschezza delle foglie, il profumo di un equilibrio costruttivo invero mirabile. Parliamo ancora di “Alla foce” o di “Il cerro di Montevideo” opere significative per la freschezza dello stile. Fra gli acquarelli dobbiamo citare “Nubi d’ottobre”, “Baracche nel porto”, e “Ansa di fiume”, tre lavori veramente belli per una raccolta commozione che si sposa alla vivida trattazione del colore; cieli perlati di nubi a fiocchi, dove l’azzurro occhieggia a tratti, violento come affacciato da lontananze inafferrabili; piani ricavati con mezzi eccellenti, rilievo di figure e di cose sugli sfondi sentitamente distanziati. Ottima mostra nel complesso che ci fa conoscere un pittore sincero, versatile, moderno nella sua composta padronanza tecnica e nella succosa sintassi coloristica ricavata da lunghe e faticate esperienze. F.to R.
– 26 Maggio 1942 – Il Lavoro – Genova – Artisti che espongono – Il pittore Raul Viviani – Del Viviani avevamo sentito parlare ripetutamente, ma mai ci era dato di vedere i suoi lavori, anche perché ha vissuto per molto tempo all’estero, spingendosi fino all’Argentina e all’Uruguay. Ma questi viaggi pieni di sensazioni non hanno mutato l’artista che, toscano di nascita e lombardo di educazione estetica, per certe sue vibrazioni coloristiche si ricongiunge ai divisionisti. Il Viviani infatti in questa mostra individuale alla Galleria Poggianti, via Roccatagliata Ceccardi 23, è ancora un pittore Italiano ma se proprio volessimo ricercare qualche affinità con artisti stranieri, si potrebbe riandare col pensiero al celebre ungherese Carlo Kotas; ma tali affinità sono vaghissime, e del resto i due artisti quasi contemporanei, sono trasportati da quello stesso ritmo impressionistico, dallo stesso battito abbagliante di luci e di colori. Romantico dunque e sentimentale come lo furono i divisionisti da cui deriva, come Segantini, come Pelizza da Volpedo i quali nel loro grande amore per l’arte la credettero anche una missione altamente educativa nel senso più umano e più buono. I suoi paesaggi, le figure, danno la sensazione di un quieto abbandono, di una riflessiva mestizia penetrante come una musica. Certo è un piacere scorrere l’occhio su queste vaste pareti dove armonici si succedono dipinti ad olio, pastelli, che con un po’ di fantasia fanno pensare a pallide superfici marine, increspate ancor vivide sotto un vento sottile, ma come intristite da pallidi riflessi autunnali, e già percorsi da lunghi brividi, sembrano presentire la fredda stagione che si avvicina. Ma questo non si può dire che l’espositore sia solo capace di esprimersi con forme e mezzi passati. Il suo impressionismo e il suo divisionismo, hanno una sensibilità moderna, e il romanticismo di cui parlavamo senza eccessivi trasporti, è contenuto, e spesso si placa nell’estatico del poetico. Anzi la ricerca tecnica, l’amore per certi ricchi impasti coloristici, hanno talvolta il sopravvento fino a divenire il pregio principale, tanto da far quasi passare in seconda linea la verità rappresentata. Ma con questo gusto tecnico, che in verità resta soltanto materia quando non è ben incorporato nell’opera, l’espositore riesce sempre a darci delle belle superfici smaglianti di una piacevolezza decorativa specialmente nella Galleria Poggianti dalle pareti chiarissime, addobbata con mobili moderni. Fra le opere dove forma e spirito meglio si fondono ottenendo un insieme veramente poetico, citeremo “Rapallo”, Il “Cerro di Montevideo, “Campagna milanese”, “Naviglio Grande”, ed avrebbero forse maggior rilievo se esposti ad una luce più intensa e più viva. F.to ANG.
– 26 Maggio 1942 – Giornale di Genova – Galleria Poggianti – Riflette nella sua pittura la tradizione romantica lombarda. Senza una dipendenza formale e sostanziale diretta dalla pittura dell’ultimo ottocento, quella divisionista, la pittura di R. Viviani è pervasa dallo spirito e dal gusto di quell’arte, che ha esercitato un fascino romantico così sottile e profondo, quantunque il Viviani abbia apprezzata ed apprezzi nella sua pittura attuale la tendenza più libera e più moderna che persegue valori intimi e soggettivi senza vincolarsi impegnativamente ad una obiettività fotocromatica (luce-colore) che assillava soprattutto; e giustificava l’astruseria divisionista. Infatti R.Viviani esibisce, insieme con quadri di più vasta elaborazione, molti paesaggi raccomandati ad un fascino melanconico, pervasi da un senso di equilibrato romanticismo, i quali hanno valori pittorici di buona lega e di buon fondamento, conclusi con apparente noncuranza e facilità, in una fluidità cromatica fra il monotipo e l’acquarello, che rivela il magistero dell’artista e la preoccupazione di non fare solamente e semplicemente della pittura, ma di trasmettere attraverso il contrappunto cromatico una delicata visione sinfoniale e sommessamente decorativa del paesaggio. F.to R.

1944
– 2 – 9 Novembre 1944 – Il Dopolavoro – Galleria Carini – R. Viviani ci ammonisce ancora una volta che l’arte è sempre da trovare; e nessuna materia varrà mai ciò che lo spirito inventa. Egli sa che l’arte è un sacrificio, il più insigne dei sacrifici; e non cesserà mai di cercare dentro di sé e fuori di sé l’alimento del suo pensiero, la continuità rinnovatrice delle sue energie. Artista fecondissimo, per che egli abbia fatto suo il motivo di Shelley: la gioia dell’anima è nell’azione. E’ veramente cosa non comune la sua ansia di agire. Mentre per certa filosofia, l’uomo artista non può essere, nel momento che fa arte, null’altro che artista (perché il suo essere s’indentifica con il suo atto) per il nostro, invece, l’artista è anche qualcos’altro nel momento che fa arte, poichè il suo atto non esaurisce il suo essere sostanziale. Nota fondamentale dello stile del Viviani è la chiarezza, cioè la visione immediata della cosa. Stile terso o limpido, diceva il De Sanctis, non sono che gradi della chiarezza. La quale ha per corollario la semplicità, e consiste nella quantità e qualità degli aggiunti o accessori, intorno all’idea principale. Ahimè nella pittura odierna non c’è molto da scegliere. E temiamo che abbia ragione un nostro insigne pensatore quando afferma che, in tanti nostri artisti, il cervello quasi sempre prevale sull’ispirazione e sulla passione. (Gli antichi diceva il Leopardi, erano come fanciulli che non conoscono i vizi, noi siamo come vecchi che li conosciamo, ma per il senso e l’esperienza li schiviamo. Le nostre opere saranno tutte senza difetti, perfettissime, ma insomma non più originali. Bisogna per altro convenire che ci sono ancora dei pittori che non hanno rinunziato alla pienezza della loro umanità e si sforzano di creare opere umane per esseri umani., R. Viviani è fra costoro. L’arte serena ( e quella del Viviani lo è veramente come dimostrano le sue tele: “Motivo veneziano”, “Campagna lombarda”, “Cinque rose”, “Il sorriso di Fanny”, ecc.) non ha età, non conosce pregiudizi né dogmi, procede in ogni tempo e per qualunque turbinio della storia come una fiera protesta contro la materia vile, come il massimo sforzo a muovere le forme in atteggiamenti e fremiti di vita, preparando segreti di energie e di dolcezza alle anime stanche e ai popoli, che ne sentono il mite influsso e se ne purificano nei giorni della pace e del pio fecondo lavoro. (riprodotto il dipinto “le spigolatrici) F.to PIRRO ROST
– 5 Novembre 1944 – Brianza Repubblicana – Mostre d’arte – De Benedetti-Malesci- Viviani alla galleria Carini ………..Raul Viviani cerca invece in una tavolozza più viva e più squillante l’espressione coloristica per tradurre pittoricamente attraverso le immagini plastiche il ricordo che lo circonda e che rivela liricamente dopo una poetica e suggestiva interpretazione esteriore. Vi è in questa pittura una dolce eco romantica che trasfigura i paesaggi, gli oggetti e le figure arricchendole di un caldo tono sentimentale. Citiamo ad esempio “Paesaggio lombardo” pieno di richiami e di risonanze suggestive. Se Viviani portasse il suo romanticismo riecheggiante gli ottocenteschi, in un piano suggestivo è indubbio che la sua pittura uscirebbe da quei limiti letterari entro cui appare ancora fissata per avviarsi verso una rivelazione lirica compiuta e sofferta che solo una trasfigurazione interiore può raggiungere. Non di meno c’è un vivo soffio di poesia in questa pittura che consuma e brucia la materia coloristica trasformandola in espressione lirica. Notiamo inoltre il vigore nei caratteri e l’essenzialità dei toni che danno alle sue opere migliori una forza di concisione plastica davvero notevole. Un pittore, il Viviani, che è già un valore nell’arte contemporanea formatasi al di fuori delle polemiche letterarie e delle correnti straniere contro la nostra migliore tradizione, nella quale occupa ormai un posto a sé per le sue origini romantiche e per il suo vivo naturalismo. F.to E.M.

1946
– 2 Febbraio 1946 – L’Araldo dell’Arte – Artisti al lavoro – Raul Viviani ……omissis….. Viviani non è di quegli artisti cui la fortuna a volto le spalle e che amano stemperare le loro amarezze sulla tela o nella creta……..Così lo vedete sempre col sorriso a fior di labbro, accogliente, accomodante, apertissimo………. Lavora tutte le ore di luce perché pensa che il pittore debba sempre restare in esercizio. Nella buona stagione lavora molto all’aperto in specie nella sua “dependance” sul Ticino, una casetta tutta sua, con studio, più volte ritratta nelle sue tele. Ama la laguna come la pianura lombarda, sicchè sono questi i temi preferiti del suo paesaggio. ……….. Come tecnica di lavoro parte sempre da un disegno accurato. Ma non giunge sempre allo stesso traguardo, perché talvolta adotta la tecnica divisionista, talaltra quella impressionistica. Certo ama il divisionismo ed a Venezia espose con Previati, Morbelli ed Emilio Longoni, tele di questo genere. Un divisionismo, però, tutto suo. Segantini, infatti, lavorava a spessori, Previati a linee, Morbelli a puntini. Raul Viviani ha un suo libero divisionismo non imbrigliato da pastoie geometriche, assolutamente caratteristico. Del divisionismo si vale soprattutto per il quadro. All’.aperto fa invece dell’impressionismo, anche per meglio fermare l’istante. Così si sente attratto verso il monotipo e dei monotipi ha esposto anche alla biennale di Monza. C’è però una linea direttrice in tutte queste estrinsecazioni artistiche: lo sforzo costante di sinfonizzare il quadro, di renderlo musicale. E’ del parere che ogni opera d’arte debba avere un contenuto di poesia e per raggiungere questa poesia tutte le tecniche siano altrettanto buone.

1947
– 15 Febbraio 1947 – Corriere degli Artisti – Raul Viviani – Galleria Salvetti – Vi sono pittori anche di notevole valore che, arrivati ad una notoria ed espressiva personale forma artistica si fermano, perché in loro si è affievolito l’ansito ardente della ricerca. In Viviani questo non avviene. La sua arte è sempre in una parabola ascendente perché in lui è una tenacia e una fresca nobiltà di ricerca quasi avesse in sé nuove forme da scoprire ogni volta che si accinge a dipingere. La profonda esperienza tecnica, il cosiddetto “mestiere” formano le basi sicure che gli permettono di esprimersi secondo il suo animo. Se analizziamo taluni suoi lavori, notiamo le diverse maniere esecutive, velature sovrapposte, pennellate a pieno colore, preparazione tonale fatta con una specie di divisionismo a virgolette, preziosamente fuse in poetiche intonazioni. Queste diverse tecniche sono espresse con una unità di stile e di pensiero che formano la sua spiccata personalità e il suo pregio artistico. Viviani che è vissuto accanto ai più noti maestri dell’800, da macchiaioli toscani al lombardo Gola, non è un pittore tradizionale, è un sapiente moderno perché il suo fresco e battagliero senso emotivo si esprime e opera nella sfera della ricerca delle maggiori conquiste. A conferma di quanto sopra vediamo il dipinto dal titolo: “Il brolo”. Qui l’impronta goliana si sente, ma è espressa alla Viviani; nel vasto quadro “l’Adda ad Airuno” la sua moderna tecnica interpretativa è notevole sia come impostazione architettonica, sia come lirismo tonale. Passando al piccolo bozzetto “Inverno” dai soffusi accordi azzurri, indi alla “Laguna veneta”, e a “Poesia del mare” notiamo che mai la nota predominante dell’accordo viene meno e che la poesia cromatica fa dei suoi dipinti un’espressione vibrante di sentimento. F.to FRANCO DACQUATI

1952
– 28 Ottobre 1952 – L’Unità – Centro d’arte S. Babila – Una rassegna interessante perché si svolge sulla trama di una diligente coerenza figurativa. Divisionista intorno al ’20, fervente di spunti innovatori e polemici sempre incorniciati in una tradizione che ha salde radici nell’arte del nostro ultimo ‘800, egli dipana il suo gusto pittorico e il suo modo di intendere la realtà senza spezzare, annodare o intricare il filo narrativo. Del divisionismo i suoi quadri riecheggiano parzialmente, specie nel primo periodo che giunge quasi al ’30, la tecnica e il tessuto cromatico, elaborati però in gracili e leziose svirgolature. Viviani predilige la poesia del paesaggio, delle marine dei fiori e della campagna, come sollecitato a riunire i suoi sentimenti, le sue impressioni nella instancabile lirica della natura quieta, che perde il ritmo del tempo e non sempre si accompagna al passo degli uomini. Pittore che conosce il meraviglioso intreccio della tecnica, nel suo genere, ama la riposata, sovente distaccata e individualistica rappresentazione della natura. “Ottobre” esposto alla Biennale del ’24, segna una tappa della sua carriera artistica, e “Autunno in Lombardia” del ’37 come “Pagliai” del ‘ 51 testimoniano un linguaggio figurativo che non è andato molto più avanti, così come i contenuti, scelti sulla stessa gamma, sembrano avulsi dalla realtà che in tanti anni è così mutata e progredita. Per questo Viviani, artista senza dubbio di valore, non aggiunge ora parole nuove al mondo figurativo contemporaneo e il suo orizzonte resta circoscritto a quello che la borghesia italiana si è tracciata nel tempo in cui essa storicamente possedeva ancora qualche fermento di valida vitalità. F.to VICE
– 28-29 Ottobre 1952 – Corriere Lombardo – Storia di una tavolozza – Dal 1902 al 1952: mezzo secolo, cioè tutta una vita dedicata all’arte. Con appena 38 opere, al Centro d’arte San Babila, si conosce tutta la storia artistica di Raul Viviani. Ora ve la racconto. Durante la sua prima giovinezza poteva abbandonarsi alle ideali divagazioni della “pittura lirica”, perché già da lunghi decenni l’Italia viveva in riposata pace. Ma poi il “Lirismo” di Viviani non potè suonar nelle allegre trombe delle fanfare garibaldine del Nomellini né potè recitare i versi pascoliani sotto i pergolati del Moggioli perché i tempi erano bruscamente mutati, erano diventati foschi; nel primo decennio del Novecento era scoppiata la rivoluzione degli artisti estremisti e poi la guerra. Eppure il Viviani, nel paesaggio intitolato “Armonie” nelle atmosferiche sinfonie coloristiche care al Grubicy continuò a sognare. Ma i nuovi tempi erano più forti di lui. Infatti sui suoi quadri calò un’ombra, non fatta però di neri chiaroscurali, ma costituita da colori bassi, densi e sostanziosi (come si vede nel “Pellicano”). Anche le tenebre ora si convertirono in romanticismo “lirico”. Nel quadro di grandi dimensioni e serio impegno intitolato “Venezia”, ai lati di un veristico lagunare ponticello, come per incanto, nasce un giardino strano in tutta fantasia cogli alberi autunnali a forma di cono. In un’altra tela simile di quasi notturno tono, specie nelle case laterali c’è persino un po’ di quella ossessione che ha distinto l’arte surreale; Viviani è entrato nel drammatismo contemporaneo: è come dice Dino Bonardi, un avanguardista. Alla fine, senza più liriche soggettivazioni, s’impone “vero” sul quale però si distende una specie di trasparente trina, un velo costituito di ghirigori, spirali e virgolette che però non hanno nulla a che fare col colore diviso; terso e variato dei “divisionisti” perché qui si tratta di puri segni monocolori, come una scrittura, con cui l’artista crede di unificare ed armonizzare le intonazioni. Ma forse, in realtà, si tratta di un residuo di bizzarria, di un avanzo di ribelle “Scapigliatura”, perché appena davanti al “vero” si alza la fitta rete di questo velario, subito i fiori e i paesaggi riprendono vita, si rischiarano: la “Valcuvia” si illumina al sereno e Viviani dimostra di essere un pittore vero. Questa la storia di un artista che in America fu direttore dell’Accademie di belle arti di Montevideo, che per lunghi anni si batte nelle Biennali e in molte mostre estere e questo è il pittore a cui giustamente il segretario Bonfatti ha voluto allestire l’attuale personale in ricorrenza del cinquantenario della sua carriera artistica. F.to V. COSTANTINI

1954
– Anno 1954 – Il Nuovo Corriere degli Artisti (Gennaio) – Centro d’Arte S. Babila – Le impressioni di Viviani – Raul Viviani è un artista oltremodo sensibile agli spettacoli naturali che lo attraggono e lo avvincono e gli porgono l’estro per una varietà di sincere espressioni dalla quale traspare l’intima commozione provata, espressione che da al visitatore una immediata sensazione di bellezza; la gioia del colore, il respiro spaziale, il senso panico delle aperte campagne, i canali raccolti, i laghi intimi, il settembre sotto i vari aspetti lirici, le vecchie case veneziane piene di fascino, le lunghe infinite strade di campagna e un’infinità di motivi suggestivi che formano la tavolozza musicale dell’artista, sempre nuovo nelle molteplici manifestazioni della sua feconda creazione. Queste sue “impressioni” rappresentavano fino a poco tempo fa un geloso segreto perché erano i suoi “intimi colloqui con la natura” preziosi appunti che gli servivano per dar vita alle grandi tele, Ora questa intimità è svelata. Viviani è un arrivato ed è logico che non privi il pubblico di tanta bellezza e di così armoniosa festosità di colori e di toni, mentre il suo inesauribile estro può produrre nuove opere d’arte forgiate su altri motivi perché la natura presenta sempre nuovi spettacoli avvincenti che suscitano in un sincero artista come Viviani vibrazione e commozione. Qui l’artista è vivo, geniale, espressivo in ogni particolare perché la sua non è arte fabbricata, ma sentita, emotiva e soprattutto spontanea. Viviani era all’avanguardia 50 anni fa con la sua pittura estrosa e ancor oggi è all’avanguardia perché ha camminato senza preconcetti sulla via dei grandi maestri, sorretto dalla sua personalità inconfondibile senza ascoltare le chiacchere degli impotenti creatori di dogmi malsani né i ricercatori di nuovi canoni di arte negati per natura all’arte. F.to GIUSEPPE SILVANI

1959
– 2 Dicembre 1959 – L’Italia – Un sessantennio da ricordare – Fra gli espositori della XXI Biennale Nazionale di Milano figurava, come si è visto, Raul Viviani con due paesaggi: “Appennino ligure” e “in Valcuvia”. La presenza di Viviani a questa manifestazione vuol ricordare un sessantennio, o quasi, di fervida attività che affonda i suoi inizi alla tecnica del primo divisionismo. Da allora e fin d’allora, Viviani ha raggiunto assai presto il dominio dei mezzi che solo consente d’accedere al tempio dell’Arte. E’ rimasto un tipico esempio d’evoluzione coerente, giacchè pur nella diversità dei modi di esprimere, lo si trova sempre fedele a se stesso, a quella pittura lombarda a cui si è dedicato nell’accademia di Brera; pittura non di scuola ma di vita d’ambiente d’atmosfera. Viviani non ha subito le tecniche e gli schemi che hanno dominato il primo novecento; ma che da esse, invece, ha tratto il germe di trasfigurazione emotiva del vero che, unite al tessuto cromatico prezioso, a volte caustico, della sua tavolozza, ha dato luogo a una realtà squisitamente individualistica. Un divisionista a suo modo, un “selvaggio” a suo modo, un futurista a suo modo….. Un artista d’avanguardia, nei tentativi e nei sondaggi di tutte le tecniche e delle diverse correnti; ma, fondamentalmente, uno spirito che trasfonde le vibrazioni della sua sensibilità alla sua pittura sicchè, nell’armonia del segno e del colore, balzi evidente il lirismo della realtà, accesa dalla più fervida fantasia. Senza mai rinnegare le sue origini, la sua arte è in continua elaborazione evolutiva; sebbene si riveli costantemente fedele a una poetica che si è detta romantica e che tale effettivamente è, se per romanticismo s’intende non la nuova esaltazione del sentimento, bensì onestà ed entusiasmo scevri da compromessi intellettualistici. GIOVANNI MUSSIO

1963
– Anno 1963 – Galleria del Tornese per gli 80 anni di Raul Viviani – Potrebbe sembrare una mostra celebrativa ma subito si nota che non è tale a causa della pulsante giovanilità che anima e accende i saggi della sua recente pittura. Questo Viviani 1963 ci appare tanto interessante quanto quello, quotato e pregiato, di quarant’anni orsono; Ora la sua tecnica è diversa, il suo gusto in parte mutato, ma resta l’animo intento, con slancio e purezza, alle cose dell’arte, resta soprattutto quella incantata visione di poesia che già fece di questo maestro un esecutore superiore di repertori spirituali, rimasti sempre tali nel mutare delle formule, e per nel confusionario travolgersi dei miti estetici. Così lo si ritrova oggi nel pieno possesso dei suoi mezzi migliori. Questa successione di quadri lo prova, con la sua fluida scioltezza di stile, la viva e pur tenue forza del colore, il delicato ma fermo disegno, con tutto quel saporoso repertorio di espressioni che gli consente di conversare con la natura, convocandola quasi, a un colloquio plastico del più alto interesse. Tra paesaggi e nature morte in cui la bellezza della materia pittorica, filante, purissima di trasparente impasto si fa nuova anima delle cose. Poi nei paesaggi filtra l’incanto del Viviani migliore, che sovrappone al volto della natura la calda e sensiva malìa del suo stile. Guardando queste tele, non viene neppure in mente l’aspra e furente lotta fra astratti e figurativi, si è piuttosto indotti a un caro intimo abbandono, rievocando ciò che si vide e si amò. Ci pare la mostra di un giovane ma di un giovane di alto lignaggio spirituale che ha derivato dall’arte e dalla vita il segreto soave e sublime di leggere nel fondo della verità, così da cavarne duraturi accordi di una bellezza raffinata, e, infine, ancora consolatrice. F.to DINO BONARDI
– 6-7 Dicembre 1963 – La Notte – Gli ottanta di Viviani – Si festeggia l’ottantesimo anno del pittore Raul Viviani, con una mostra di pitture sue, recenti, “estive”. Non solo nel senso d’essere state eseguite all’aperto, quest’estate passata, ma perché hanno tutte e pittoricamente dell’estivo, dell’agreste, del salino. Sono paesaggi che son stati dipinti in Liguria, nelle valli dell’Appennino, sulla riviera di Levante e di Ponente, sulla Costa Azzurra, ma che non hanno preso di quei paesi e da quelle marine alcunchè di vedutistico, di ambientale, di ricalcato, in quanto il pittore ha voluto dare ad essi la caratterizzazione dei luoghi e non il “caratteristico” loro: la pittura e non il pittoresco. Alla sua maniera, alla maniera di Raul Viviani che è la maniera di fare una pittura ariosa, respirante, ragnata di verde, con le maglie verdi in cui s’impiglia l’atmosfera, alla impressionista di vecchia lezione lombarda maturata e non invecchiata (in Viviani) con gli anni, con un fondo ancora scapigliata romantica “scuola”. Questo pittore che indirizza il suo lavoro sulle unità visive di tempo e di luce, perciò di tono e d’impressione, è uscito dalla viva officina di Brera. Avanguardista ai tempi suoi avendo seguito la pittura a colori divisi, divisionista, fu espositore alla famosa mostra di Milano del 1906, alla mondiale di Bruxelles nel 1910, alle Biennali veneziane dal 1912 al 1924. Emigrato, è stato operoso nell’America Latina. Paesista, ritrattista, pittore di nature morte, e li è l’uomo dal bel sorriso schietto come quello di queste gioconde testine di ragazzo, dipinte alla scapigliata, alla romantica, alla lombarda. Il pittore conferma adesso, nell’ottantesimo del suo anniversario, una lucida continuità di ideali che è coscienza e dirittura senza flessioni. F.to MARIO PORTALUPI
– Anno 1963 – Il Nuovo Corriere degli Artisti (Dicembre) Gli ottant’anni alla Galleria del Tornese- Disse DINO BONARDIi: “la recente creazione rivela la eccezionale natura del pittore, il quale con giovanile spirito, ha presentato tele che per la loro straordinaria ricchezza di impasti e luminosità e varietà di accordi cromatici, danno la immediata sensazione della virilità e della raggiunta espressività, con l’impeto della sua estrosa pennellata”. Disse LUIGI BRACCHI: “ in questa mostra si ha l’impressione immediata di trovarsi di fronte alle opere di un giovane, in mezzo a queste tele rutilanti di colore steso a larghe pennellate, esuberanti talvolta nella foga della realizzazione degli aspetti più veri della natura, si tratti di elegiaci paesaggi, come di visioni architettoniche, di città fra il minaccioso agitarsi di nubi su cieli tempestosi e il balenare qua e là di luci sinistre di magico effetto. Anche le nature morte realizzate con impeto di pennellate grasse e sinteticamente delineanti le forme, senza fermarsi mai ad inutili particolari, danno l’occasione all’artista di sfoggiare maggiore varietà di accordi cromatici coi gialli caratteristici delle zucche che sono uno dei temi preferiti dal Viviani. Pingue pittura di piglio giovanile che non denuncia certo nessun tramonto, ma al contrario sorprende per l’immediatezza robusta della realizzazione costante in queste opere senza alcuna eccezione” (recensione Mostra Salone Provincia di Milano anno 1963). Ma in questa mostra nella quale appare la produzione di questi ultimi mesi appare stupenda e vivace sinfonia di colori che mettono in luce paesaggi incantati, romanticamente sentiti in un’atmosfera di sogno. Qualcosa che rivela un maestro del colore, espresso con una tecnica tutta personale che non ricerca il particolare, ma concepisce il soggetto in assoluta libertà creativa. E’ da rilevare la sua capacità di creare daggherotipi di rara bellezza, assai suggestivi nei poetici effetti coloristici a cui si presta quella tecnica singolare. Arte questa di difficile realizzazione a cui pochi artisti hanno saputo dedicarsi con successo. F.to GIUSEPPE SILVANI (riprodotte le foto del quadro Dolceacqua e quella con Carlo Carrà.

1967
– 9 Maggio 1967 – Nazione Sera – Firenze – Galleria Michelangelo a Palazzo Antinori – Retrospettiva a Firenze del Pittore Raul Viviani – Un artista entusiasta che fu ribelle e allo stesso tempo fedele alla scuola che lo plasmò. Prorogata di tre giorni per consentire ancora a molti fiorentini di vedere le cinquanta opere esposte sin dal 25 aprile, chiuderà domani i battenti la mostra postuma di Raul Viviani allestita nelle sale della Galleria Michelangelo; una mostra serena e complessa insieme, come sereni e allo stesso tempo complessi erano stati la pittura e il temperamento di Viviani, fiorentino, emigrato ragazzo per formarsi alla scuola lombarda di cui ha mantenuto fino alla morte i segni dell’insegnamento. Cinquanta quadri non hanno la pretesa di dirci tutto di un pittore che è vissuto ottantadue anni e che ha dipinto da quand’era ragazzo fino alla fine dei suoi giorni; non hanno la pretesa di dirci tutto ma pure rivelano a tratti le tappe di una evoluzione pittorica sentita e seguita con l’animo di chi considera l’arte una disciplina severa e rigorosa e allo stesso tempo affascinante. Viviani fu, tutto sommato, un entusiasta. Per questo venne considerato un ribelle negli anni venti, quando il suo divisionismo (un divisionismo particolare che non seguiva nemmeno quello del suo maestro Gaetano Previati) lo pose tra i gruppi d’avanguardia. Passò il divisionismo, e a Viviani piacque l’espressionismo e vi si adattò scavandosi una sede per sé, con le sue mani; portando cioè in quella pittura un suo modo personale di vedere le cose, trascinandovi i pregi e i difetti della sua scuola lombarda. Più tardi, dopo alcuni anni di permanenza nell’America del sud, inserì nei quadri i colori caldi del folclore spagnolo. Una pittura ancora in cammino, quindi insoddisfatta ma entro certi limiti. Perché sempre nei suoi paesaggi l’arte sua tornava a reinserirsi in un gioco che nei colori, nelle strutture, nelle tecniche non amava varcare i confini di un post-impressionismo in cui poesia e impeto rimanevano canoni fondamentali e non opinabili. Sono le fronde verdi, le acque trasparenti, i cieli carichi di umidi vapori, i giardini silenziosi, che più e meglio esprimono l’arte di Viviani. Egli soprattutto è stato un paesista. Così si esprime Carrà nel 1937. Né si può dire che il giudizio del grande maestro abbia potuto esser modificato dal tempo. Viviani dipinse fino in fondo, con l’entusiasmo di vent’anni e nella consapevolezza che le regole del suo “pitturare” erano norme serie e non finzioni di mestiere. Per questo anche negli ultimi anni, quando per le sue tele passarono le impressioni più belle della Liguria dove di era ritirato, egli seguitò a essere paesista. Fedele alle sue esperienze sudamericane e alle visioni che ebbe ragazzo in Toscana, ma soprattutto fedele a se stesso e alla scuola di Milano che lo aveva plasmato. F.to PAL.